È scomparso il 23 agosto scorso il socio Jacopo Meldolesi, Professore Emerito di Farmacologia presso l’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano. Scienziato di fama internazionale, Meldolesi ha svolto un ruolo fondamentale nello sviluppo delle scienze della vita in Italia e nel mondo.
Nato il 6 novembre 1937 a Roma, Meldolesi conseguì la laurea in Medicina e Chirurgia presso l’Università di Catania nel 1962. Dopo una specializzazione in Endocrinologia e Malattie Metaboliche, intraprese quella che avrebbe dovuto essere una breve esperienza di ricerca presso l’Istituto di Farmacologia dell’Università di Milano. Raccontava spesso come, in poco tempo durante questa esperienza, comprese che la ricerca biomedica, piuttosto che l’attività clinica, rappresentasse la sua vocazione.
Un secondo momento di svolta arrivò quando Meldolesi fu accettato come postdoctoral fellow alla Rockefeller University di New York. Ad accoglierlo fu un pionere nello studio delle stutture e delle funzioni delle nostre cellule, George Palade, premio Nobel per la fisiologia o medicina nel 1974. Gli insegnamenti di un mentore eccezionale e il contatto con la ricerca di frontiera in un periodo particolarmente ricco di scoperte come gli ultimi anni Sessanta, fecero di Meldolesi un biologo cellulare di riconosciuto livello internazionale.
Insieme a George Palade e Jim Jamieson, Meldolesi svolse un lavoro innovativo e meticoloso, caratterizzando la composizione molecolare dei diversi compartimenti della via secretoria. I suoi esperimenti dimostrarono che le membrane di tali compartimenti, pur essendo dinamicamente connesse, mantengono caratteristiche biochimiche e funzionali distinte. Questi risultati fornirono forte sostegno al concetto di un dinamico riciclo delle membrane, secondo il quale il traffico anterogrado dal reticolo endoplasmatico all’ambiente extracellulare è bilanciato da un trasporto retrogrado. Che questo meccanismo consenta il mantenimento delle dimensioni e della composizione dei diversi compartimenti della via esocitica nonostante il flusso continuo di proteine secretorie è oggi dato per scontato. All’epoca, questi risultati segnarono una svolta nella comprensione di come alcune cellule riescano a secernere proteine nella giusta misura e nei tempi opportuni.
Al suo ritorno in Italia, Meldolesi continuò la sua ricerca di alto livello presso il Centro per lo studio della Farmacologia delle Infrastrutture Cellulari del CNR, di cui fu uno dei fondatori (insieme a Francesco Clementi e Bruno Ceccarelli). Animato da una prorompente forza propulsiva, Meldolesi fece propria la missione di promuovere la ricerca italiana nel campo della Biologia Cellulare, disciplina scientifica allora nascente. Rapidamente egli divenne una figura di primo piano nel settore, attirando studenti e collaboratori di altissimo livello. Negli anni Settanta continuò a concentrarsi sulla via secretoria, con studi strutturali e biochimici condotti nel suo laboratorio o attraverso collaborazioni, focalizzati soprattutto su due modelli, il pancreas esocrino e l’ipofisi. Queste ricerche produssero nuove evidenze per il riciclo di membrane nel processo di secrezione proteica e rivelarono meccanismi nella formazione di granuli secretivi delle cellule endocrine.
All’inizio degli anni Ottanta, gli interessi di Meldolesi si spostarono sulla regolazione della secrezione nei neuroni e nelle cellule neuroendocrine ed in particolare sul rilascio dei neurotrasmettitori, come estrema specializzazione del processo di eso- endocitosi regolata. Anche come neuroscienziato, la sua visione e il suo approccio mantennero un’enfasi sui meccanismi cellulari e molecolari. Fu tra i primi ad apprezzare il potenziale delle nuove tecniche di imaging del Ca²⁺ sviluppate da Roger Tsien e Tullio Pozzan. Iniziò allora un proficua collaborazione con Pozzan, anch’egli socio della nostra accademia, che svelò nuovi aspetti della dinamica del Ca2+ come segnale intracellulare, esplorandone i fini meccanismi regolatori. Questi studi, e in particolare la caratterizzazione di un pool di Ca²⁺ rapidamente mobilizzabile anche nelle cellule non muscolari, rappresentarono un importante progresso nella comprensione della dinamica di questo secondo messaggero.
Questi fondamentali contributi scientifici ebbero importanti riconoscimenti, tra cui il Premio Camillo Golgi, il Premio Feltrinelli e la Medaglia d’Oro del Presidente della Repubblica, e l’elezione a prestigiose istituzioni scientifiche, tra cui l’EMBO e l’Academia Europaea in aggiunta all’ Accademia Nazionale dei Lincei (2001).
Il ruolo di Meldolesi nelle scienze della vita, tuttavia, non si limitò alla sua attività di ricerca ed al suo impatto nel campo della biologia cellulare e neurobiologia attaverso excellenti reviews su verie tematiche. Alla fine degli anni Ottanta egli lasciò il Dipartimento di Farmacologia dell’Università di Milano per trasferirsi all’Istituto San Raffaele, dove gli fu affidato il compito di istituire e sviluppare un nuovo dipartimento di ricerca, il DIBIT. In questa impresa, egli ebbe il coraggio di abbandonare i tradizionali criteri di reclutamento delle università italiane, basati sull’anzianità e sulla fedeltà a determinati gruppi di potere, le cosiddette “scuole”. Unico suo criterio fu allora l’eccellenza scientifica. In questo modo reclutò scienziati di grande valore nei più disparati campi delle ricerche biomediche, dando vita ad un ambiente culturale caratterizzato da una virtuosa compenetrazione di saperi e creando un Dipartimento che raggiunse rapidamente il livello delle più prestigiose istituzioni di ricerca europee.
Tra le sue numerose iniziative di rilievo vi furono anche il contributo alla fondazione della Associazione Italiana di Biologia Cellulare (ABCD), della Federazione Italiana delle Scienze della Vita (FISV) e della Società Italiana di Neuroscienze (SINS). Fu presidente sia della FISV che della SINS. Meldolesi svolse inoltre un ruolo essenziale nel sistema italiano di finanziamento della ricerca, introducendo nel Ministero della Ricerca meccanismi di valutazione internazionale tra pari (peer review) come criterio per l’assegnazione dei finanziamenti.
Alcuni aspetti della personalità di Meldolesi non emergono dal suo prestigioso curriculum, ma sono ben noti a chi ha avuto la fortuna di interagire con lui. Il suo trascinante entusiasmo per la scienza e la sua capacità di comunicarlo gli conferivano una forza propulsiva ovunque lavorasse. Meldolesi aveva una rara capacità di presentare la conoscenza non come qualche cosa di acquisito e statico, ma come un continuo divenire al quale è possibile contribuire. Il suo corso di Farmacologia fu un indimenticabile magnete per coloro che hanno avuto la fortuna di frequentarlo. Le sue lezioni e i suoi seminari spinsero molti giovani a scegliere la ricerca biomedica come terreno in cui soddisfare la propria sete di sapere e a spingersi oltre le Scilla e Cariddi del momento: un grande maestro nel valorizzare le persone e stimolarle ad esprimere il meglio di se stesse. Mescolato a un innato talento per l’insegnamento, il suo costante esempio di serietà e impegno professionale ne faceva un modello, accessibile e presente. In tutti gli anni come direttore del DIBIT, egli tenne la sua porta sempre aperta per chiunque avesse bisogno di consigli o aiuto. Non vi erano barriere di anzianità o posizione per chi aveva nuove idee da sviluppare o dubbi scientifici da dirimere. Un raro coacervo di doti, talento, impegno, umanità ed entusiasmo fa di Jacopo Meldolesi il professore, mentore, capo o collaboratore che ogni ricercatore vorrebbe avere nei vari stadi della propria carriera.

